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L’UOMO DEI TORRICINI
L’UOMO DEI TORRICINI

L'Aquila, 26 giugno 2020 -

di Mario Narducci

 

V’era capitato la prima volta d’agosto e subito la sentì sua. La città impazzava di turisti saliti dall’Adriatico in una sorta di caos mistico che mai gli era capitato di trovare, nemmeno nelle città più blasonate del Paese dove tutto gli appariva più ciarliero, bighellone quasi, rumoroso di scontata evasione. Qui trovò che anche il chiasso era silenzioso. L’erta che dal Mercatale salita per Valbona per sostare alla piazza dei bar, non aveva rumore di passi né richiami di gente affannata. Tutto era attutito come per nevicata a dicembre e se non ci fosse stato tutto quel sole, avresti detto che fosse davvero neve il chiarore allampante riflesso sulla strada.

Qualcosa di simile gli era accaduto a Lucca, tra le vie di lastroni grigi, che fiatano appena entro le sei porte che aprono alle meraviglie della cattedrale del Cristo in croce vestito da re, fino a San Martino, sulla piazza dei mercanti, o a via Fillungo, dove tra vetrine alla moda e ginepraio di biciclette, il silenzio diventa monastico come nel Santuario di Santa Gemma Galgani, non a caso una mistica.

 

A Urbino l’uomo dal panama che ombrava una barba curata, prese a percorrere a piedi piole e viuzze strette, tagliate aguzze nel pavimento di mattoni per frenare gli scivoloni d’inverno. A Via Barocci, la carta turistica tra mano, visitò gli oratori di San Giovanni e di San Giuseppe, estasiato davanti agli affreschi dei Salimbeni e al Presepe del Brandani. Poi salì sul Monte fino alla casa di Raffaello e ammutolì tra le stanze sprigionanti ancora vita e la pietra sulla quale il “pennello”, e il padre Sante prima di lui, triturava e impastava i colori che avrebbero dato alito alle armonie di fattezze ineguali di Madonne e donne che lo fecero divino.

 

In cima in cima, dove il fiato gli si incastrava in gola, lo accolse la statua della Gloria di Urbino e del mondo e lui si inginocchiò come davanti a un santo di chiesa, in un omaggio commosso e silenzioso che non pareva aver fine. Sfinito per estasi più che per fatica, ridiscese il Monte e si diresse verso i Torricini del Palazzo Ducale e qui il rapimento avvenne. All’esedra che fronteggia il Teatro Sanzio levò lentamente gli occhi verso l’infinito da essi trafitto e restò immobile, privo di ogni forza di volontà se non quella di bere bellezza e tornare a berne fino allo stordimento dell’anima che gli rendeva il corpo leggero e lievitante.

 

Tramontava il sole e lui era ancora lì. Scendeva la sera ed era ancora lì. Calò la notte e divenne fonda e lui era sempre lì. Il passeggio prima fitto e poi sempre più rado, lo tramutò in oggetto di sguardi e commenti dettati da curiosità. Chi era, da dove veniva, come mai non si muoveva da là? Interrogativi che si smorzarono una volta serrato l’uscio alle spalle per la nuova notte.

 

Era caldo, da stare a dorso nudo anche nella frescura della notte avanzata. L’uomo dei Torricini si sdraiò sulla pietra dell’esedra e si addormentò. Si sveglio che la città tornava ad animarsi di turisti e faccende. Si ricompose nel volto e nei vestiti, bevve di fresco alla fontanella d’angolo fino a bagnarsi il volto di proposito, passò le dita tra i capelli per riavviarli alla mascagna e raggiunse dall’altro lato il bar per la colazione: cappuccino, cornetto e caffè, disse in un solo respiro quasi non volesse distrarsi con parole inutili.

 

Rifocillato tornò a sedere all’esedra, ai piedi dei Torricini, e fu come se ne prendesse possesso. Non li inseguiva con lo sguardo, ma sapeva che stavano là, piantati a terra come le palme fiorite e gli alberi del viale intitolati a Carlo Bo. Passò un ragazzo, lo scosse dal rapimento e volle insegnarli il gioco dell’eco o del telefono. Se parliamo al muro, da un capo all’altro dell’esedra, gli disse, sentiremo le nostre parole anche se dette sottovoce. L’uomo provò, quasi ridiventato bambino anch’egli. Le voci, soffuse voltavano sul muro e raggiungevano lo stipite opposto. Urbino…. Urbinoooo. Città di Federico…. Città di Federicoooo. Culla del Rinascimento… Culla del Rinascimento… E gli sembrò di parlare con la storia.

Nessuno sapeva dove avesse casa, un albergo, una pensioncina, un monolocale in affitto. In realtà dove abitasse non contava più. Lui era sempre là, sotto la maestà dei Torricini che puntano al cielo come minareti altissimi. Era quella, in fondo la sua casa, e là stava senz’altro desiderio che continuare ad abitarla per abitare la storia. Fino a che non gli bastò più di saperli alle spalle, quei Torricini che gli avevano rapito il cuore, e dall’esedra si spostò al larghetto del Bar che ne portava il nome, sopra la Data lunga fino al primo torrione delle antiche mura, alle spalle, stavolta, la suggestione verde delle Vigne.

 

Scelse l’angolatura migliore, quella che gli riproponeva la malia in tutta la sua bellezza, tra balconcini e finestre e là stette a un tavolo del bar, tra piccole consumazioni e pasti veloci fino a che l’inverno non giunse. Non profferiva parole se non le essenziali per ordinare consumazioni all’uomo del Bar che gli era diventato amico. Per il resto stava lì, lo sguardo fisso ai Torricini, come se di fronte avesse la donna più bella del mondo che gli aveva fatto perdere il senno. Era diventato come l’uomo del vangelo che avendo trovato una perla rara lasciò tutto quanto possedeva per farla propria.

 

Il tempo passava, ma lui non aveva tempo. Il suo tempo aveva il ritmo di uno sguardo, di un batter di ciglia, di sospiri affatati. C’era lui e c’erano i Torricini. Ed era come se vi entrasse dentro, se diventasse egli stesso mattoncino rosa, se il suo corpo si perdesse nelle rotondità delle architetture, se la sua anima si liquefacesse tra gli stigmi delle pietre bianche dei balconcini. La gente ormai passava e gli gettava addosso uno sguardo distratto come per dire “ancora qui!”. Ma lui non sentiva più nulla come nulla sente di estraneo chi ama. E quando, con le rondini, disparve, in pochi ci fecero caso. Perché delle rondini ci si accorge non quando partono ma quando tornano e fanno nuovamente il nido sotto la tua grondaia.