Archivio de "La nota del Generale" >> Egocentrismo ed individualismo un problema sociale

Editoriali

Guida TV

Egocentrismo ed individualismo un problema sociale
Egocentrismo ed individualismo un problema sociale

In molti ambiti della vita quotidiana sono esaltati il desiderio di imporsi, la stimolo a primeggiare e perfino l’aggressività.  Chi è più sgarbato e arrogante, più si fa notare e meglio si fa largo. A tale malinconica degradazione dei rapporti umani si oppongono con forza chi rivendica la cortesia e la gentilezza con il loro pieno spessore culturale. L'egocentrismo è un atteggiamento tipicamente infantile: tutto gira intorno a se stessi; il bambino vuole tutto per sé.

La psicologia spiega come funzionano questi meccanismi nell'età evolutiva. Nelle interazioni tra bambini di sotto i tre anni è abbastanza frequente osservare il manifestarsi del "linguaggio privato", una forma di discorso linguisticamente corretto ma privo di ogni valore comunicativo: ciascun bambino attiva cioè un monologo senza curarsi né di comunicare col suo discorso qualcosa al partner, né di comprendere ciò che il partner a sua volta dice. L’egocentrismo quindi, non dovrebbe coinvolgere l’adulto, ma stranamente c'è difficoltà per la scienza psicologica, che spieghi come funzionano tali patologie proprio quando sono presenti nell'adulto e quando possono essere distruttive per la società e per la specie.  Qual è la causa prima di quest’atteggiamento? Assenza di carità, assenza di amore? Soprattutto assenza d’interesse per l’altro da sé, cioè la convinzione di essere al centro di tutto.

Tutti questi dati confluiscono in una situazione che ormai è più di “costume” che di morale, più di presunzione che di tolleranza. Ed ecco perché, tralasciando ormai ogni riferimento a modelli psicoanalitici, l’ingigantito può essere psicologicamente analizzabile sotto forma di studio, ma è fuori dubbio che è sociologicamente condannabile. Uno degli aspetti che colpiscono a prima vista chi consideri alcuni dei comportamenti dell’umanità odierna (sia nel caso del singolo individuo che in quello d’intere popolazioni) è l’insufficiente alla tolleranza. Forse ricordo male, o forse nella tenera età ero più ingenuo, ma in tempi andati la situazione forse era meno grave; ma non c’è dubbio che oggi è molto difficile trovarsi di fronte a chicchessia, che non assuma l’atteggiamento d’intolleranza. Tolleranza concepita come l'ammettere che il prossimo possa essere in buona fede; che il proprio comportamento possa risultare altrettanto sgradevole di quello altrui, che gli errori nostri non siano forse maggiori  di  quelli degli altri.

Un ulteriore importante aspetto dei processi comunicativi umani, anch'esso connesso all'egocentrismo, è la tendenza erronea a credere che le altre persone - specie quelle che appartengono al nostro stesso ambiente socioculturale e geografico - siano simili a noi. Questa tendenza è tanto più forte se intratteniamo con essi una relazione, di amicizia, di parentela, lavorativa o sentimentale. Spesso comunichiamo dando per scontato che il nostro interlocutore usi i nostri stessi codici, dia alle parole il nostro stesso valore, provi le nostre stesse emozioni, abbia i nostri stessi obiettivi, speranze e paure: insomma crediamo che ci somigli e che condivida il nostro stesso mondo. Quando esprimevo questi concetti nelle lezioni sulla comunicazione, osservavo l’assemblea stupita, sbalordita e sbigottita, perché si sentivano scoperti di tale verità socio-comunicativa. Prima di cedere all’ingranaggio vizioso dell’esibizione e del voyeurismo, l’egocentrismo dilania le nostre relazioni interpersonali, nel concentrare tutti i discorsi su di sé, relare ogni cosa a sé, imporsi come centro irradiante di tutte le idee, le convinzioni, le azioni, le ispirazioni, le aspirazioni. L’egocentrismo turba il nostro rapporto con le cose e con l’ ambiente, e determina la difficoltà verso il “sostenibile”. L’egocentrismo è, dunque, il postulato dell’egoismo.


 “L’egoismo non consiste nel vivere come ci pare, ma nell’esigere che gli altri vivano come pare a noi”. (Oscar Wilde)


La religione dell’apparenza dell’Io si tramuta in radicalizzazione dell’ appartenenza. Se io faccio parte di questa corrente di pensiero e tu no, sei tu nell’errore e mi stupisco di come non lo comprenda. Ecco: “l’eterno” l’«asceta», l’«anima bella»  il «superuomo», il «dominatore», apparentemente opposti ma in realtà assai affini nel loro porsi come :«iperindividui» che elevano il proprio ego a centro dell’universo. Appaiono così dei personaggi con una sostanziale sofferenza alla solitudine nevrotica, e avvertendo intimamente questo disagio di relazione, tentano di presentarsi simpatici, sorridenti, amabili, ma appena avvertono che l’altro è di pensiero diverso, “sbottano” in forme aggressivo-maniacali ai limiti dell’isteria.

Più precisamente, siamo di fronte ad un rifiuto delle più semplici dinamiche d’integrazione del singolo nella comunità, ovvero una testarda difficoltà ad accettare i fondamenti stessi del vivere associato. Una scarsa capacità di “adattamento” al contesto sociale comune, ma scegliere la sola cerchia di appartenenza. Nasce un’anonima struttura che trama tra i rapporti umani, capace di macinare instancabilmente rancori e sospetti, per cui, in una società cosiddetta “della comunicazione”, si annida in realtà il dramma della “incomunicabilità”. Ho tenuto lezioni su questo tema per anni e anni ma devo riconoscere che i risultati sono stati avvilenti, ho osservato che:  «…dilagano gli istinti diffusivi e dispersivi, la parola ridotta a stimolo acustico, le immagini, i suoni, ogni attività di relazione degradata al livello pubblicitario solo per percepire se stesso».

Si vive nell’orbita solitaria del proprio claustrofobico monologo interiore, si agogna il senso dell’avere possesso sull’altro, perché l'egocentrismo tirannico indossa i costumi della democrazia e, subdolamente, rende autoritarie istituzioni che dovrebbero invece garantire la libertà individuale. Prendiamo ad esempio la famiglia,nella famiglia patriarcale vigeva un sistema di potere autoritario, spesso tirannico, e si è dissolta non perché la forma di gestione fosse autoritaria e dispotica; si è dissolta perché non ha retto i mutamenti sociali , economici, culturali. La nostra piccola comunità stenta a  emergere non per le cementate idee vernacolari, ma per una totale mancanza di cultura sociale e di spinta alla trascendenza. Abbiamo già detto che l'egocentrismo è un atteggiamento tipicamente infantile: tutto gira intorno a se stessi. La psicologia spiega come funzionano questi meccanismi nell'età evolutiva, ma stranamente non c'è scienza che spieghi come funzionano nell'adulto e quando possano essere distruttivi per la società e per la specie.

 

Le stesse organizzazioni e amministrazioni locali o commerciali o ambedue , quando sono colluse dagli stessi interessi economico-politico, sembrano modulate per sollecitare l'ego, viziarlo, sedurlo, soddisfarlo, aiutarlo, facilitarlo, impigrirlo e infine alienarlo in nome di più o meno precisi interessi. L’estrinsecazione politica dell’egocentrismo sarà, dunque, l’autoritarismo e, così come il rovescio della medaglia dell’esibizionismo, era il voyeurismo. L’altro volto dell’autoritarismo è il servilismo, esito degenerato dell’opera di avvicinamento. Ed anche in tale caso è strano come il popolo servile non intuisca e preveda che seduzione e abbandono dell’io non consapevole, conducono facilmente alla lusinga e poi all’abbandono. Si dirà che è sempre stato così, che la cultura del dominio è antica, e in parte è vero. La spinta alla sovraesposizione dell’ Io trova la sua espressione più morbosa nella strumentalizzazione dei mezzi di comunicazione di massa come occasione di esibizione . Oggi, il web e i suoi generi (le chat, i blog, i fora) possono  porsi come una sede subdola di sponsorizzazione dell’ Io. Nel sito web il soggetto si allontana dalle dinamiche reali e si presta a essere distorto e trasposto, abilmente amplificato, collocato nel concorso sfrenato con gli altri Io.

L’accentramento programmato (e non il collocamento abusivo) dell’ Io sul web, nella consapevolezza degli ineluttabili meccanismi dissociativi, diviene una modalità di compiacimento dell’ Io , un’ occasione per recuperare l’appartenenza indebolita delle distanze naturali o imposte della vita, un trampolino per sperimentare la propria autorità. L’egocentrico , con i suoi comportamenti e le sue complicità, nuoce alla collettività in misura pari alla sua malvagità. È un aspetto che, volutamente, è stato qui appena sfiorato, anche se quando si parla di individualista il primo timore si ha per  la sua crudeltà. Oggi un politico che nessuno direbbe malvagio può fare molti più danni di un tiranno greco del VI o V secolo a.C.  Il male che può aver fatto un tiranno  romane o ateniese di quindici secoli fa  è pressoché irrilevante rispetto ai disastri che un politico del XXI° secolo potrebbe causare. Un valore di un punto percentuale in più o in meno scritto in un articolo di legge in materia di tasse inique, può fare del male a molte più persone di quante abbiano sofferto per la tirannia di  greca,ateniese o romana.

Eppure, gli Ateniesi avevano già compreso che non le azioni malvagie individuano il tiranno, ma il modo in cui si impossessa del potere. A dimostrazione e come esempio, vi è che il giudizio degli antichi popoli ateniesi, sul governo di Pisistrato , che non fu particolarmente severo, eppure lo chiamarono tiranno. È una ignorata lezione di civiltà.