Archivio de "La nota del Generale" >> Volontà di delegittimare con il potere

Editoriali

Guida TV

Volontà di delegittimare con il potere
Volontà di  delegittimare con il potere

Studio politologico negli ambiti psico-sociali -P. Haney/Political Science- Banks & Zimbardo /Le dinamiche interpersonali/- Alessandra Testa/La mente e l’imprevisto-.

Il diffuso deprezzamento politico ha formato un processo di valutazione, meglio dire di valutazione, tra la popolazione elettiva, per cui oggi, l’amministratore di una comunità è divenuto  il votato di turno, colui “a cui spetta!”,  di solito con  un grossomodo consenso di rappresentare parte dei cittadini, (consenso ottenuto chissà come, e spesso con percentuali  minime di presenza alle urne e limitato assenso di gradimento!), come dire: “ meglio che niente”. Logicamente, l’amministratore di turno, non avendo raggiunto l’approvazione popolare per meriti, non possiede neanche un bagaglio utile corredato di senso e sentimento  istituzionale. È noto ormai che oggi,per candidarsi, è sufficiente la sola impudenza di farlo!  

L’amministratore di turno è spesso senza stile, con poco rigore morale, scarsa consapevolezza del ruolo rivestito, limitata autorevolezza. Agisce  con un contegno impacciato, una benevolenza artificiosa ed ingessata, spontaneità legnosa, patetica lamentosità, mania di persecuzione, scarso coraggio decisionale. Solitamente sono amministratori a rotazioni, eletti da consorterie familiari e politiche, nomi che si ripetono e ripresentano alle candidature; sempre quelli, con assunzioni di ruoli che escono dalla porta e rientrano dalla finestra. Professano un linguaggio scontato ed abituale, proveniente da un protocollo dialettico imparato a memoria, ed una incredula presenza di  sgradite e costanti affermazioni di promesse che già si sa, non potranno essere mantenute, perché non c’è preparazione  alla gestione, alla conoscenza e strategia dell’amministrazione pubblica. Dietro quest’avvilente realtà, tra questi (“Cetto la Qualunque- Antonio Albanese- attore comico- ), si annidano motivazioni profonde collegate solo ad un insulso senso di potere temporaneo,  solitario ed incapace. Nel ruolo pubblico goffamente assunto, si evitano gli interlocutori  preparati perché sono scomodi, e qualora siano inevitabili, si aggrediscono e minacciano o peggio si ignorano. Si avverte e si vive un deprimente sentore di disagio e una pericolosa devianza comportamentale, con una continua e costante distorta visione della realtà. È l’agonia della mente, della cultura, un misero totale fallimento dell’anima e della speranza.  

E tutto ciò per: Volontà di potere!

Il potere consiste nei mezzi di cui si dispone al presente per ottenere un possibile bene futuro. Questa idea giunge a noi nella forma: "essere potenti è avere la possibilità di …", questo ci porta a pensare a dominazione, manipolazione, sopruso ecc...

Eppure, se guardato in ottica psicologica corretta, il potere potrebbe anche esprimere  costruttività e non la sola oppressione. Però si tratta del potere culturale, potere del sapere, “potere di!" e non "potere a danno di !". Il potere che assurge a forza, cioè quella caratteristica dell'essere umano, che spinge a plasmare, a rendere capaci, e non di spadroneggiare.                        Il potere è un tipo particolare di relazione degli esseri umani con gli altri, col mondo e con se stessi. È verosimile che il potere crea e stabilisce una  norma competitiva, ma non   vista come espressione di penuria di risorse e difficoltà a procurarsele,  altrimenti   il" potere di fare" diventa "potere contro", cioè potere di utilizzare gli altri in funzione del proprio benessere. Il potere mette essenzialmente in gioco la dimensione dell'azione e dovrebbe essere sempre considerato intenzionale, il potere chi lo vuole lo cerca, e se lo cerca lo anela. Una volta raggiunto, però, è essenziale la valutazione sociale e non aspirare al solo gusto in se o per il sentimento di prestigio che conferisce. Il potere conquistato a forza può agire di là da ogni intenzione e si palesa attraverso canali negativi: aggressività, vandalismo morale (prepotenza), scarso impegno. Nella sua tipologia il "potere coercitivo" è considerato un fattore di ricompensa che si esercita attraverso la concessione di benefici (ad esempio rassicurazioni di mantenere ciò che già si possiede o aumentarlo). Per cui le persone sottomesse, costrette ad accettarlo diventano ancor più miserabili in quanto oppresse dal senso di precarietà  e incertezza sociale. (Povertà di libertà!). Il potere, così, si poggia su basi psicologiche mal concepite, si tratta dell’identificazione del subordinato, con chi e con cosa lo si  influenza, e  far sì che il subordinato faccia propri i  valori del leader. Mentre una questione cruciale è, che dovrebbe essere garantita ad ogni persona la possibilità di entrare nella vita sociale con pari opportunità. Dar voce a quelli che non l'hanno o accettare chi non vede le stesse cose o le vede con principi diversi e quindi, non far tacere altri ma allargare le possibilità di tutti.

Altresì ,quando il potere diviene una voglia in  stato morboso, si è portati a condurre un’opera di delegittimazione contro le persone che hanno opinioni diverse.

 

Il processo di delegittimazione consiste nell'esclusione permanente di un gruppo, dalla cerchia dei gruppi con i quali si intessono rapporti. Esclusione segnata da intense paranoie e negatività senza rispetto  delle regole  sociali. Tali elementi sfociano in comportamenti negativi estremi che possono arrivare all'annientamento dei membri del gruppo da delegittimare.                                             I termini di delegittimazione consistono in vari atti, che genericamente sono circoscritti in quattro modalità:

1) Espulsione sociale: il gruppo delegittimato è categorizzato come inumano.  I membri del “fuori gruppo” sono considerati violatori delle principali norme sociali, ad esempio sono, accusati di essere  pericolosi e psicopatici.

2) Caratterizzazione: i membri del “fuori gruppo” sono definiti da tratti di personalità molto negativi, ad esempio; aggressori, idioti, sfascisti, ribelli, incapaci.

3) Uso di qualifiche politiche: i membri del “fuori gruppo” sono categorizzati in formazioni politiche considerati inaccettabili dal potere in carica. I gruppi da delegittimare sono definiti : 'nazisti', 'colonialisti', 'capitalisti', 'comunisti', 'estremisti',  'antidemocratici',  ' voltagabbana'.

4) Confronto fra gruppi: le etichette impiegate in questo tipo di delegittimazione rappresentano ciò che è maggiormente considerato indesiderabile nella cultura locale, e la minoranza è definita come 'vandalistica'.

Tra le condizioni che facilitano il processo di delegittimazione, vi sono il senso di minaccia percepita e l’esistenza di non accettazioni delle differenze fra i gruppi. Più il gruppo di potere si sente minacciato, più tenterà di delegittimare la sorgente percepita della minaccia. Inoltre, più forti sono gli interessi che ne derivano, più ci sarà la costruzione di svalutazione di chi  non è col gruppo d’appartenenza.

In certi particolare contesti  del tipo: comunità numericamente contenute, con accentuate tradizioni vernacolari, si  instaura un sistema prolungato e radicato di abitudini popolari locali, ed  il gruppo di potere trova nelle credenze locali   l’obiettivo da svalutare, e sarà più incline a usare la delegittimazione con l’uso di un  sistema di poca tolleranza e marginalizzazione, spesso sconfinando nell’abuso.        

Il gruppo dominante, usa principalmente tre metodi di aggressione:

- Delegittimare sotto il profilo umano

- Delegittimare sotto il profilo individuale

- Delegittimare sotto il profilo personale

* La de umanizzazione è la categorizzazione dell'altro – individuo o gruppo – che viene considerato  fuori della dimensione umana.  Si costituisce una forma radicale di svalutazione che da sempre ha percorso la storia dell'uomo, a  tali principi, storicamente  sono succeduti spesso, conflitti, massacri, stermini.

 * La  de individuazione  indica una situazione in cui si attenua l'identità  dell’accusatore. Le norme sociali perdono la rilevanza consueta perché il delegittimante si appoggia sullo stato di un relativo anonimato e si protegge dalle sanzioni (diffamazione). Le forme interiorizzate di controllo divengono più labili, favorevoli alla manifestazione di comportamenti sommersi aggressivi. L’accusatore  è spesso debole delle facoltà di auto osservazione, e dell'interesse  alla  valutazione sociale.

*La de personalizzazione è la categorizzazione dell’altro, basata su emozioni sociali. Si delegittima l’altro, basandosi sui sensi di colpa, vergogna, paura, i freni che inibiscono i comportamenti distruttivi. Ci si richiama alla teoria dell'identità sociale, fondata solo su una concezione individualistica del sé, il sé dell’accusatore. Il “se’ ” è un termine ampiamente usato in psicologia clinica, e in psichiatria. Esso indica una situazione in cui l'individuo incontra difficoltà nella percezione dentro l’interazione quotidiana. Si tratta di una condizione caratterizzata da vuoto emotivo, apatia, difficoltà a organizzare in modo coerente i propri pensieri, spesso accompagnata dalla perdita progressiva del senso di realtà e di frequente basata su conflitti d’interesse, con la presenza di ideologie distruttive, e  svalutazione dell'altro. A volte come componente aggiuntiva  sono presenti nell'aggressore, la vita o le sofferenze passate, che aumentano la sensibilità alla minaccia così ché , il “ fuori gruppo” viene osservato con spavento. Si sviluppano dei sentimenti di insicurezza, nell'alveo di complessi di vittimismo e manie persecutorie. Il  gruppo dominante sente in pericolo  i propri bisogni, quali:

 - sentirsi sicuri

- sviluppare un'identità positiva

- controllare gli elementi essenziali della propria vita

- mantenere veri profondi legami interpersonali, in autonomia e indipendenza

- capire il mondo e il proprio posto in esso.

Questi sentimenti, invece di essere conquiste acquisite per proprio merito, divengono vere e proprie manie  ed esigenze che si pretendono a prescindere dalle  individuali qualità. In tale contesto complicato, si forma una sorta di inspiegabile senso di un diritto, ove si è convinti  che,  sia  l’altro il responsabile della  non realizzazione dei bisogni ora accennati, così da innescare  un ciclo di violenza collettiva.  La giustificazione delle azioni commesse a danni e nei confronti dei membri del “ fuori gruppo”, si evidenziano attraverso il biasimo e marchiatura  viste come: "meno  umani", accusandoli e escludendoli  dall'ambito della coscienza. In tal modo, i principi morali e i valori, vengono attribuiti solo al gruppo di potere. Quest’ultimo si arroga  tali  valori derivanti da credenze ideologiche, di tipo: proteggere la legittimità o creare una società migliore. Progressivamente, cambiano così le norme di gruppo e si compie quel processo di rovesciamento del codice morale che consente di accettare comportamenti fino a poco prima considerati inaccettabili. La fonte prioritaria di "male" deriva dalla svalutazione dell'altro.  Con l’uso dell’autorità si accede al disimpegno morale che si attua anche attraverso la mistificazione o la distorsione delle conseguenze delle azioni, impedendone la visibilità o rendendole fisicamente o temporalmente remote.

Colui che conosce gli altri è sapiente; colui che conosce sé stesso è illuminato, colui che vince un altro è potente; colui che vince sé stesso è superiore. La sicurezza del potere si fonda sull’ insicurezza dei cittadini. Allora quelli potenti perché sfruttano e umiliano i deboli? E quelli deboli perché si lasciavano sfruttare ed umiliare?