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La politica oggi, genesi e democrazia

L’Italia non è più la stessa. Il blocco che ha immobilizzato la politica e il suo rapporto con la società è stato improvvisamente spazzato via. Tutto questo forse era desiderato, di certo era atteso. La previsione di questo sconvolgimento era nell’aria, dalla presa d’atto della crisi ormai irreversibile di partiti politici non più rispondenti, nei contenuti e nella forma, alle domande poste drammaticamente dalla devastazione della crisi economica sociale e culturale. Tutti incapaci di rappresentare qualcosa che uscisse dalla grammatica perversa di un’offerta commerciale di sigle e volti, prodotti da acquistare ogni cinque anni sul mercato elettorale. Per poi affidarsi a partiti che non avevano più nulla a che fare con le speranze, i desideri e i bisogni, la vita delle persone, le loro relazioni con il mondo.

Per poi affidarsi a partiti che non avevano più nulla a che fare con le speranze, i desideri e i bisogni, la vita delle persone, le loro relazioni con il mondo. Il fiume in piena dei “senza rappresentanza”, disgustati dai partiti  ha adesso trovato nel voto a Grillo lo strumento efficace per spezzare il sequestro della realtà da parte del teatrino di questa politica. Per evadere da una rappresentanza che non solo non  ha rappresentanza, ma gli si è rivolta contro: sacrificando alla logica spietata – ma presentata come naturale – dei grandi poteri finanziari, ogni residuo di equità e di legame sociale. Di fronte all’evaporazione dei partiti “anziani”, che mettono in scena da anni l’inarrestabile agonia del proprio “finale scontato”, le altre proposte elettorali sono apparse drammaticamente insufficienti rispetto ai bisogni di cambiamento. Hanno continuato a offrire una forma della rappresentanza tesa più a salvaguardare la propria esistenza come sigla o somma di sigle, tristi apparati di testimonianza dentro o accanto ad alleanze senz’anima, che a misurarsi con le trasformazioni della sfera della cittadinanza e della politica. Trasformazioni che già erano sotto gli occhi di tutti – per chi volesse vedere – in questi anni di crisi e sconvolgimento anche antropologico della società italiana. Il fiume ha rotto gli argini. Ci troviamo oggi in uno scenario di profondo sconvolgimento e movimento in tutte le dimensioni, compresa quella istituzionale. Sentiamo come tutta la necessità di capire cosa sia successo e cosa succederà. I segni di novità sono tanti: dal cambiamento dei linguaggi, all’uso della Rete, alla rottura generazionale che ha portato la “generazione perduta” dei trentenni in parlamento e ha assegnato al M5s  buona parte dei voti tra gli under 25. In questa fase assolutamente c’è una sfida nuova e poter prevedere se possiamo ripartire per costruire. Un’ampia serie di movimenti, saperi, iniziative di resistenza e di lotta al dominio del mercato, e dei poteri finanziari, che hanno punti di contatto con quel complesso ed eclettico arcipelago, ma che non vi si riconoscono certo in toto. Dopo anni di frammentazione e diffidenze, non possiamo più perdere tempo. È urgente la necessità di ricostruire culture e pratiche partecipative che diano nuova vita, spazio e rappresentanza, a un tessuto lacerato. Lo sconvolgimento che viviamo è una grande occasione, ma per costruire un’idea alternativa di società e di uscita dalla crisi, occorre una maggiore profondità delle analisi, sistematicità delle proposte, allargamento delle reti. Occorre anche chiarezza: non si può affrontare il cambiamento, con avventure ideologiche di scarso respiro. Gli italiani hanno manifestato con evidenza il fallimento del governo dei mercati e segnalato la richiesta di un’autentica democrazia dei cittadini. Ma affinché una democrazia dei cittadini possa diventare un governo dei cittadini, è necessaria una proposta seria e organica. Occorre costruire un progetto di respiro internazionale che abbia la credibilità per coordinarsi con analoghe esperienze europee (e mediterranee) per opporre alla sovranità delle banche e all’ossessione del debito un’altra idea di Europa. La crisi strutturale del sistema politico e della forma partito, soprattutto con l’avvento degli  “esodati  della politica” consapevoli della necessità di cambiare, ci riconsegna l’urgenza non solo di annunciare ma di praticare nuove forme della politica molto lontane da quelle oggi in campo. La costruzione di un tessuto di relazioni capace di conflitto ed elaborazione collettiva, di riportare nella dimensione politica l’intera vita di donne e uomini, le loro storie e speranze. Una rete di corpi intermedi che superi l’abisso che oggi separa la società dalle istituzioni (ex)rappresentative, senza cadere nelle forme ambigue, per quanto così efficaci commercialmente, di un altro populismo proprietario, di un leaderismo aziendale carismatico la cui base è ridotta a somma di individui anonimi, attivi sul piano amministrativo quanto deleganti su quello del pensiero forte. Affidato ai capi, soci e titolari del logo. Questa costruzione richiede una presenza diffusa nei territori, che vanno investiti delle decisioni. Si ha bisogno della creazione di reti fatte con intreccio di volti e di parole, in un discorso comune. Necessita una democrazia partecipativa che può usare oggi una molteplicità di strumenti di comunicazione, ma non si può certo ridurre esclusivamente a democrazia digitale. È necessario affermare l’interpretazione autentica dell’espressione “metodo democratico”. È indispensabile  un soggetto politico che, oltre i partiti, sappia muovere dai fondamenti costituzionali per creare nuovi modelli di partecipazione politica, fondati sulla passione, la trasparenza e l’altruismo. Non è più tollerabile assistere a  leader narcisi o semplicemente  carismatici, incoraggiati al  massimo dalla moderna personalizzazione della politica, “arredati” solo di protagonismo sfrenato e auto-compiacimento senza fine. Quel processo di costruzione di un soggetto politico nuovo, che rappresenta il nostro obiettivo progettuale, oggi è ancora più necessario e urgente. E chiede di non essere soffocato per inseguire immediate scadenze elettorali nazionali. È fondamentale rimettere al centro di un dibattito politico sempre più surreale una vera e propria agenda politica alternativa alla crisi. Ed a partire da essa avviare un percorso – aperto e inclusivo ma ben organizzato  di autoformazione e di iniziativa politica. Un’agenda che metta in primo piano i temi di una alternativa per governare una situazione ricca di possibilità ma anche di rischi:

-Democrazia e Costituzione;

-Europa e rinegoziazione

-Ristrutturazione del debito;

-Lavoro/lotta alla precarietà/politiche e piani industriali nel segno della riconversione ecologica;

-Beni comuni e cultura/conoscenza;

-Reddito e nuove forme di economia.

Per iniziare questa nuova fase del cammino non ci sono soluzioni miracolose e immediate, ma solo un percorso di lavoro, confronto e formazione/autoformazione. Quasi mezzo millennio prima dell’era cristiana, Platone classificò le forme di governo che possono regolare la vita delle comunità politiche, prendendo in considerazione da un lato la «costituzione perfetta», il Bene che costituisce il modello ideale e necessario di valutazione delle costituzioni storiche, e dall’altro le costituzioni possibili, ma imperfette, nonché quelle degenerate e corrotte. Dunque la ricerca: dei caratteri delineanti lo «Stato ideale» non rappresentò una astratta «tipizzazione» di un modello perfetto ma irraggiungibile, bensì la misura razionale alla quale raffrontare le esperienze storiche delle costituzioni degli stati. E poiché la politica riassumeva in sé la vita  individuale (vivere nella città è il vivere stesso. Da Aristotele, morto nel 322 a.c., la teoria delle forme di governo e del loro avvicendarsi ricevette la classificazione più completa allorché, nella Politica, si sviluppò la distinzione  dei regimi governati dai «molti», dai «pochi», da «uno» e delle relative forme corrotte. Diversamente dal maestro, pur ricercando la forma ideale delle costituzioni, sostenne che oggetto della scienza politica é la polis anche quando non va alla ricerca del Bene. Due secoli più tardi il greco Polibio analizzò il tema della forma mista della costituzione e  ne trasse la conclusione che: - giacché, come gli umani, le costituzioni nascono, deperiscono e muoiono.  L’assolutezza del potere non può essere dunque disgiunta dalla sua perpetuità, giacché  può succedere infatti che ad una o più persone venga conferito il potere assoluto per un periodo determinato, scaduto il quale essi ridivengono nient’altro che normali cittadini ; ora, durante il periodo in cui tengono il potere, non si può dar loro il nome di principi sovrani, perché di tale potere essi non sono in realtà che depositari fino a che al popolo o al principe, che in effetti rimasto signore, non piaccia di revocarlo. Come anche Seneca, a proposito della felicità dell’uomo affermava:

 Quando, si discuterà sulla vita felice, non mi si potrà rispondere come si fa nelle votazioni: "Sembra che la maggioranza sia da questa parte"; infatti proprio per questo è il parere peggiore. Le cose di questo mondo non vanno poi così bene al punto che i pareri migliori sono di gradimento ai più. La folla è la prova del peggio. Cerchiamo dunque quello che sia meglio da farsi, non quello che è più scontato, e quello che ci può portare al possesso della  felicità e non quello che ha l'approvazione del volgo, che è un pessimo interprete della verità. E chiamo volgo sia quelli che indossano la clamide che quelli che portano la corona; io non guardo al colore delle vesti con cui la gente si copre; non credo ai miei occhi nel giudicare un uomo, ho una luce migliore e più sicura con cui distinguere il vero dal falso; è l'animo che deve trovare il bene dell'animo. Questo, se avrà mai l'agio di respirare e di ritirarsi in se stesso, oh, quasi torturandosi da solo, confesserà la verità e dirà: "Tutto quello che ho fatto finora vorrei che non fosse mai stato fatto, e quando ripenso a ciò che ho detto invidio quelli che sono muti; tutto quello che ho desiderato lo ritengo una maledizione dei miei nemici, tutto quello che ho temuto, santi numi, quanto meglio era di quel che ho bramato! Con molti ho avuto a che dire e dopo l'odio mi sono riconciliato (se mai ci può essere riconciliazione tra malvagi), ma ancora non sono diventato amico di me stesso. Ho fatto ogni cosa per innalzarmi sulla moltitudine e mettermi in evidenza per qualche mio pregio: ma che altro ho ottenuto se non di espormi ai dardi e mostrare alla malvagità dove mordere? Tu li vedi questi che lodano l'eloquenza, inseguono le ricchezze, adulano chi ha credito, esaltano il potere? Tutti, o sono nemici o, il che è lo stesso, possono esserlo: quanto numerosa è la folla degli ammiratori, tanto lo è quella degli invidiosi. Perché allora non cerco qualcosa che io realmente senta come un bene e che non debba mostrare? Queste cose che noi stiamo a guardare ammirati e dinanzi alle quali noi ci fermiamo, e che gli uni additano stupiti agli altri, brillano di fuori, ma dentro sono ben misere".

Allora, cerchiamo un bene che non sia appariscente, ma solido e duraturo, e che abbia una sua bellezza tutta intima. Non è lontano; si troverà, bisogna soltanto che si sappia dove allungare la mano; ora, invece, come se fossimo al buio, passiamo davanti alle cose che ci sono vicine, inciampando magari proprio in quelle che desideriamo. Facciamoci le nostre opinioni, e quando dico “nostre”  è inteso quel diritto democratico che sancisce anche io ho il diritto di dire la mia. Pertanto con qualcuno si sarà d'accordo, qualche altro avrà il diritto  di difendere solo in parte la sua idea, e può darsi che, invitato a parlare per ultimo,  non si avrà nulla da ribattere alle cose dette da quelli che  hanno preceduto al massimo si potrà  aggiungere: "In più, ecco quel che io penso". Intanto, d'accordo con tutti gli stoici, a volte è consigliabile  seguire la natura;  che è saggezza, infatti, non allontanarsi da essa e conformarsi alla sua legge e al suo esempio. È dunque felice una vita che segue la propria natura, che tuttavia non può realizzarsi se prima di tutto l'animo non è sano, anzi nell'ininterrotto possesso della sua salute, e poi forte ed energico, infine assolutamente paziente, adattabile alle circostanze, sollecito ma senza angoscia del suo corpo e di ciò che gli concerne, attento a tutte quelle cose che ornano la vita, senza però ammirarne alcuna, disposto a usare i doni della natura ma senza esserne schiavo. Ne deriva una ininterrotta tranquillità e libertà, una volta rimosse le cose che ci irritano o ci atterriscono. La tentazione  infatti, ai piaceri e alle seduzioni, alle malefatte agli intrighi  sono  meschini e fragili e dannosi per il loro stesso essere. Al contrario del profumo, quando subentra una gioia infinita inestinguibile, costante e, ancora, la pace, l’armonia dell’anima e la grandezza insieme alla bontà: infatti ogni cattiveria deriva dalla debolezza.