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La memoria

a memoria è un ricordo e cos’è un ricordo? Esso non è nulla; non puoi vederlo, non puoi toccarlo, non puoi udirlo, ma è così grande che non puoi distruggerlo. Eppure la memoria è il grande patrimonio di ciò che è stato , di quanto abbiamo vissuto noi, di quanto hanno operato coloro che vissero prima di noi.

IL POPOLO CHE NON HA MEMORIA NON POSSIEDE FUTURO

La memoria per una fede ritrovata o sempre avuta ma dimenticata, la memoria come fatto di pace.

La memoria in famiglia, è il ricordo dei nostri avi, della piccola amata storia della nostra casa, dei vecchi ritratti di racconti tramandati di episodi e di fatti che la tradizione fa rivivere e tante volte diventa esempio e guida. Come una memoria recente che ci hanno reso testimoni di eventi assolutamente straordinari.

Un Papa che si dimette, un Presidente della Repubblica che si conferma per due mandati, un anno della fede, una tragedia economica mondiale, le numerose guerre nel mondo.

Ecco allora la memoria di ritrovare e tentare di riaffermare la rinascita dell’uomo.

L’uomo cosa fa? Chi è? Dove va? Dopo il muro di Berlino quanto  altri muri devono essere abbattuti?

Il muro della Grecia, della Siria, dei profughi. Il muro della necessità della Chiesa nel mondo, il muro di non riconoscere il primato della persona, i tratti del volto umano, la promozione dell’uomo all’evangelizzazione.

Tutti muri che si abbracciano, si elevano, si intersecano. Insomma la persona che diviene spirito, nella filosofia dei valori che trova la sua realizzazione solo ponendosi in relazione con l’altro.

Quando si orientano le filosofie di vita verso un solo ed unico criterio, quello cioè del diritto e tornaconto individuale, si fa strada l’idea solo di se stessi, tutto imperniato sulla propria persona e la vita diventa vissuta solo per pochi eletti.  Quello che non passa mai è il segreto dell’uomo, un solo segreto, uno solo.

Qualcuno ha detto:

“Il tempo passa mentre aspetti qualcosa in più….. ma non rimette a posto niente se non lo fai tu? “

Vale a dire o sei o fai finta di essere.  Oggi purtroppo, si deve solo apparire, non si può essere sgradevoli.    Se non piaci, la socializzazione è a rischio. Questo è il problema per molti  che non prendono proprio in considerazione la possibilità che la socializzazione passi anche attraverso il carattere, la capacità individuale di creare relazioni e non solo attraverso l’apparenza. La paura, di non piacere, può assumere dimensioni inquietanti. Il giudizio degli altri diviene un imperativo categorico.  Non ci si guarda più con i propri occhi, quelli degli altri divengono il metro che stabilisce se siamo giusti o no.  E’ da come percepiamo  l’esterno  impariamo piano piano a decidere di noi stessi.  Se  chi ci ha guardato con sussiego, se  qualcuno ha sorriso di noi  su un dettaglio. Se i dettagli sono purtroppo quelli del corpo, allora la cosa diviene più complessa. Ma anche qui si fa strada subito l’idea di poter intervenire per soddisfare il giudice esterno.  Si può ricorrere alla chirurgia.  Purtroppo il normale disagio  che ha fatto parlare  poeti, scrittori, psicologi, viene visto al pari di un difetto fisico. Può essere estirpato, tolto come un brutto naso che viene rifatto. Poi può essere un seno da rifare, poi gli zigomi, le labbra e si può andare avanti all’infinito nel corpo che può essere rifatto in ogni dettaglio. Si spera in questo modo di supplire alle difficoltà legate alla crescita della personalità. Si pensa così che aderendo ad un modello di gradevolezza  si sia accettati. Se ciò accade il gioco è fatto. Si è a tutti gli effetti ammessi nel sociale, si è all’altezza. Se si ha una vita relazionale intensa di contatti e non di vere relazioni, insomma  di avere consenso.  Dunque, il consenso passa attraverso  l’aspetto. Se corrispondi a certi connotati sociali, allora non devi temere l’esclusione. Non essere considerati, cercati,  può essere drammatico. Si ha la sensazione di non esistere. Si è insegnato a non accettare l’imperfezione. Alle sole apparenze si affida così il proprio disagio esistenziale sperando che venga estirpato. L’idea della personalità perfetta assomiglia al fisico perfetto. Il proprio carattere, la proprio personalità è affidata  a secondo canoni suggeriti dall’esterno   Allora il disagio aumenta  la  fatica di convivere con gli ostacoli della vita, il normale sapersi accettare arreca una grande paura, dalla quale si crede di poter guarire ricorrendo a pillole o chirurgie che fanno guarire da se stessi. La paura di essere considerati sfortunati  è così ossessiva che rasenta la fobia.  Questa omologazione porta alla mediocrità e a scontare un costante senso di inadeguatezza che viene supportato e costantemente sottolineato ogni qualvolta, e  collegato a nuove immagini a nuovi modi di dover essere. L’amicizia stessa dipende dall’aspetto gradevole.  Ciò vuol dire che non si ha la possibilità di far sentire chi sei, che fai, che pensi, poiché se non hai il  successo giusto la faccia bella e alla moda non ti viene data neanche la possibilità di essere ascoltato. Qualora non c’è rivolgimento all’altro, la perdita del senso dell’altro, la trascendenza all’altro, si radica in ognuno il senso dell'egoismo, dell'utilitarismo e dell'individualismo si giustifica l’inadeguatezza invocando una società “liquida”, post-moderna e ci si accontenta della regole minime della tolleranza. Così oggi assistiamo alla legge del più forte che ha superato la forza della legge. Non c’è passione per il bene comune, vige una impressionante decadenza etica, non come fatto moralistica, (altrimenti rientreremmo nella interpretazione della giustizia distributiva), ove l’unico riferimento è il senso dell’avere. Appare sempre più assalente l’inutilità del vivere , quando esso è concepito alla rettitudine e rivolto verso il bene e la verità. Bisogna possedere una tensione per aspirare ad una giustizia piena, senza adattamenti o accomodamenti personalistici. Incontrarsi in un ethos comune,  per non rischiare di ritrovarsi nell’abisso della solitudine. L’etica della trascendenza porta a vivere per l’altro, quando l’altro diviene uno sconosciuto o straniero si vive in un sistema imbarbarito.  L’impegno verso la ricerca di uno stile di vita, un quotidiano uscire da se.  Vivere per la comunità, trascende (va oltre), si rivolge all’altro e per l’altro, è un bene che supera ognuno e che esige una comunione di sforzo per donarci.

 - Riconoscere l’inseparabilità dell’impegno per l’etica pubblica. Chi opera in pubblico deve necessariamente misurarsi con la generosità, fedeltà, credenze verso i valori dell’uomo.

- Appartenere alla gente ed avere il dono della parola. La parola confortante, rassicurante, vera, di sicura promessa.

- Applicare una dialettica politica con la ricerca costante delle convergenze.  La cosa comune  è sempre superiore al proprio interesse ed anche a quello della propria ideologia politica.

- Evitare la logica del tutto e subito, un concetto da tempo fallito, adottare perseveranza e rigore ed applicare tutto il meglio per l’incontro con l’altro ma rimanere sempre nella legalità.

- Operare alla continua ricerca  interpretando come bene di tutti, anche dell’avversario, seppur  con la presenza di diverso e sempre confrontabile ideologia. Evitare il rischio di orientarsi verso derive lesionistiche  ed egoistiche. Quelle interpretazioni scaturenti dal “conflitto degli appetiti! “.                  Occorre dunque costruire "reti di sicurezza" (o reti associative) che consentano, a chi lo vuole, di tradurre in atto la logica del bene comune, senza subire discriminazioni di sorta. Non  si dice con chiarezza qual è il problema effettivo, a cui si vuol dare risposta attraverso la creazione di «reti di sicurezza» o «spazi pubblici di autonomia».

 ALLORA SI PONGONO DEGLI INTERROGATIVI:

1-Si vuole, forse, trovare un modo nuovo di «mediare» su temi che riguardano la vita politica del Paese, così da evitare le accuse di interferenza, divenute sempre più frequenti?.

2-Oppure si vuole offrire  uno spazio proprio in cui potersi muovere autonomamente, senza coinvolgere la Chiesa, e non lasciare solo al clero - di fronte al silenzio dei fedeli laici - l'onere di parlare e di intervenire nelle questioni politiche o di etica pubblica e legislativa?

3-Oppure si vuole, escogitare un «surrogato» di idee che consenta in qualche modo di riaggregare , evitando sia  dispersione, sia la insignificanza del contributo specifico alla vita politica e sociale del Paese? Se nessuno discute l’idea che la politica è servizio, non succede altrettanto per l’altro termine del nostro tema poiché negli ambienti politico-legislativi contemporanei, il principio del bene  è un concetto controverso, etichettato frequentemente come esclusivamente "personale". Gli effetti negativi di questa mentalità non si limitano agli ambienti degli esperti, ma hanno anche pervaso tutta la società. Un recente documento episcopale si esprime al riguardo nel seguente modo: il popolo "non è più sicuro che questo principio meriti la sua fiducia. Sente che viene messo in discussione nella teoria e ignorato nella pratica. Questa perdita di fiducia nel concetto di bene comune è uno dei fattori principali che spiegano il sentimento di pessimismo della nazione. Rivela l’indebolimento del senso della mutua responsabilità e il declino dello spirito di solidarietà — vale a dire, rivela lo sgretolarsi del cemento che unisce gli individui di una società". Le mie riflessioni vogliono collegare la preservazione di questa solidarietà — in quanto capacità di lavorare per un bene di tutti. Con il messaggio morale forte che deve irradiare il mondo politico, cominciando con i principi fondamentali della legge naturale. Non ci può essere un ideale sociale capace di motivare l’azione solidale se la giustizia viene percepita in termini soltanto contingenti e personali . Nessuno vorrà investire su un edificio costruito sulla sabbia.  Una omologazione di potere per il potere che azzera le differenze, che annienta le personalità, che crea persone  prive di carattere in balia delle mode del momento. Sempre più preoccupati di capire “come gira il vento” per adeguarsi, piuttosto che cercare di capire il  proprio essere e  carattere, i  propri  desideri, le  proprie inclinazioni.