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La sacralità delle fave in Abruzzo nell’agiografia popolare
La sacralità delle fave in Abruzzo nell’agiografia popolare

(II parte)

 Nel nov. del 2014 è apparso su “Abruzzo Popolare” la prima parte di un importante argomento concernente la ‘sacralità’ nel mondo rurale abruzzese di quel particolare legume che è appunto la ‘fava’. Abbiamo anche ricordato con l’occasione che nel pensiero romano la fava si rivestiva di una concezione negativa in quanto considerata cibo inferico  o ‘dei morti’. Il legume infatti aveva attratto in numerosi rituali l’attenzione degli àuguri e sacerdoti  perché le fave secche, messe ad ammollo, tingevano di rosso l’acqua come se possedessero  sangue e pertanto, messe in bocca e masticate, venivano offerte alle tombe degli Avi quasi per rigenerarli, come narra appunto Ovidio nei ‘Fasti’ in occasione dei rituali di maggio in onore dei defunti.

Con la diffusione del Cristianesimo  scompare ogni traccia di ‘inferico’ dal legume, che diventa invece importante come alimento nelle Comunità religiose, soprattutto benedettine. Le fave anzi acquistano una patina di sacralità come se si trattasse di un dono elargito dal cielo, in quanto era  il primo legume che insieme ai piselli appariva nel nuovo ciclo coltivatorio, destinato a sfamare i diseredati ceti rurali.

Assai importante era il rituale noto come “Benedictio fabarum novarum”, il quale si svolgeva davanti ai conventi benedettini. Dopo la raccolta, le fave secche venivano bollite e distribuite con una ‘scutella’ a tutti i ‘confrati’ del cenobio e costoro ringraziavano il frate cuciniere baciandogli la mano come se avessero ricevuto da lui un’ostia consacrata. Dopo di che il frate cuciniere  apriva una delle porte laterali del convento, davanti alla quale attendevano in fila numerosi poveri e pellegrini con una ‘scodella’ di legno in mano, in attesa della distribuzione di un mestolo di fave calde.

Le “Consuetudini di Ulrico”, dell’XI secolo, ci offrono minuziose indicazioni sulla cottura delle fave in convento e sugli utensili che non devono mai mancare in cucina per la loro preparazione. Fra essi sono annoverati il “caldarium pro fabas”, la “cuppa” per conservarle quando erano semicotte ed il cucchiaio grande ”ad fabas”. Infatti era considerato quasi un sacrilegio, sottolinea Ulrico, l’uso di tali utensili per la cottura di altri cibi.

Come alimentazione dei poveri, l’umile ma sostanziosa fava proietta la sua importanza oltre i confini del medioevo e si conferma fondamentale mezzo di sostentamento, grazie al quale diversi gruppi sociali vengono sottratti alla “morte per fame”.

Tuttavia è nella narrativa popolare in cui sono depositate le testimonianze più preziose sulla fava, preposta se non destinata dalla divina volontà a lenire il morso letale della fame presso i ceti umili.

E’ significativo un aneddoto popolare che abbiamo raccolto al riguardo nell’agro vastese, nel quale si narra che un contadino  accorse al Palazzo Davalos per segnalare al suo Signore che alcuni miseri viandanti erano penetrati in uno dei terreni del Marchese, coltivato a fave,ed avidamente si cibavano di tale fresco legume con tutta la buccia. Al che il Marchese Davalos rispose di lasciar stare, perché costoro erano evidentemente molto affamati. Più tardi il contadino accorse di nuovo al Palazzo, per riferire al suo Signore  che gli stessi viandanti continuavano a mangiare fave, ma senza le bucce.

Il Davalos ordinò allora che fossero cacciati dal suo terreno, perché ormai essi si nutrivano solo del baccello delle fave e dunque erano da considerarsi ormai sazi.

Si narra ancora che a Bucchianico, durante un periodo di carestia nel mese di maggio, la gente del luogo era stremata dalla fame e pertanto chiese aiuto a San Camillo, da poco tornato da  Roma. Il Santo invitò pertanto la popolazione a cogliere  fave in un terreno di proprietà del Convento dei Camilliani, il quale a causa del gran numero dei devoti accorsi, fu in breve tempo devastato. Ai frati che avevano segnalato al Santo l’episodio, il Santo rispose che esso era indice della fame che attanagliava la povera gente e pertanto San Camillo ordinò che si cogliessero fave anche in un terreno contiguo, dato che la popolazione non riusciva a lenire il morso della fame in questo periodo di carestia.

Non un qualsiasi legume recita dunque un ruolo importante nei racconti agiografici popolari, non i fagioli e né i ceci o le lenticchie, bensì la ‘fava’, un legume caro a molti Santi e soprattutto alla Vergine Maria. Secondo un racconto popolare, assai diffuso in Abruzzo, la Vergine Maria era inseguita dai Farisei e decide pertanto insieme a San Giuseppe di abbandonare le vie maestre, diventate insicure,e di fuggire per le campagne. Con il Bambino in braccio ed insieme a San Giuseppe, la Madonna tentò di rifugiarsi prima in un terreno seminato a lupini. Ma questi, secchi e rumorosi, indicavano agli inseguitori la via di fuga della Sacra Famiglia e pertanto la Madonna maledisse i lupini dicendo loro : ”Che voi non possiate mai saziare qualcuno!”  E così avvenne di fatto in futuro.

In seguito la Sacra Famiglia si rifugiò in un campo di fave le quali, silenziose al loro passaggio, offrirono alla Sacra Famiglia un sicuro rifugio . La Madonna allora benedisse il campo di fave, dicendo ai legumi : “Che voi possiate sempre essere il pane della povera gente !“. E così è stato fino ai nostri giorni.

Le fave infatti, insieme ad i piselli, sono i primi legumi che appaiono nell’ambito del nuovo ciclo coltivatorio ed in passato nel misero mondo rurale erano destinate a lenire il morso della fame specie nella “Costa di maggio”, quando i decessi per fame avvenivano in modo drammatico soprattutto in occasione delle grandi carestie, come quella terribile del 1764. Si diffuse così la pia consuetudine di distribuire, come per es. a Pollutri, fave lesse all’umile gente nel corso di rituali che hanno perso tuttavia il loro antico valore simbolico e religioso.

 Oggi le coltivazioni in serra e la velocità di distribuzione dei prodotti agro-alimentari hanno annullato il ciclo naturale  dei prodotti agricoli, per cui già a Natale compaiono le prime fave che fanno bella mostra di sé nei negozi più accreditati di frutta e verdura.

L’attesa per le ‘primizie’, come avveniva per le fave da degustarsi con il pecorino fresco nella prima decade di maggio, è svanita pertanto dal nostro orizzonte culturale e si è perso anche un importante aspetto della nostra cultura rurale ed alimentare, basata sul ciclo coltivatorio che segue l’andamento  delle stagioni.       

 

Franco Cercone