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Dai raccoglitori di miele agli apicoltori
Dai  raccoglitori  di  miele agli apicoltori

Tornareccio, posta fra basso corso del Sangro ed Alto Vastese, è assurta  negli ultimi tempi - grazie alla conservazione del suo ambiente naturale - ad importante  luogo di produzione  di ottimo miele,  assai richiesto non solo  dall’industria  dolciaria nazionale ma anche  estera.

Da qualche tempo abbiamo iniziato pertanto una ricerca sulle radici dell’apicoltura  nella suddetta area ed i primi risultati sono apparsi decisamente notevoli. E’ sotto  tale ottica infatti che va analizzata  l’apicultura,  perché le api non conoscono confini provinciali o comunali e spaziano libere nei campi alla ricerca di ‘ piante ed erbe nettarifere’, di cui è ricco appunto  l’habitat naturale che si estende dal basso corso del Sangro all’Alto Vastese.

Orbene a quest’area si riferiscono  due documenti del ‘500, il cui contenuto  era sfuggito all’attenzione degli studiosi. Essi sono da considerarsi pertanto  inediti ed in un certo senso fondamentali non solo per la storia dell’apicoltura in Abruzzo,  ma forse anche per quella italiana.

Si tratta dunque di  una vera e propria scoperta su tale attività, la quale -come è noto- è  assai antica e viene descritta già  da Esiodo ( vedi Le Opere e i Giorni) nell’VIII secolo a. C., nel  periodo dunque in cui Omero  componeva l’Iliade.

Essi rimandano pertanto nella citata area agli albori  dell’ industria apicola ed alla iniziale diffusione delle arnie. Il primo documento riguarda la recente ristampa dell’opera  “Il  Libro di Ruggero”,Palermo 1994, città appunto dove essa fu pubblicata la prima volta nel 1882.

Si tratta del “Diario di viaggio” di un colto geografo  arabo, Idrisi, che viveva a Palermo presso la corte del re normanno Ruggero II e ad istanza del quale egli compie un viaggio per così dire ‘esplorativo’ fino ai confini del regno normanno, e dunque dalla Sicilia fino all’incirca al corso del Tronto, con la specificazione talvolta anche delle distanze in miglia che intercorrevano fra i vari ‘castelli’, molti dei quali situati nell’area della Maiella.

Pervenuto ai confini fra il Contado di Molise  e l’Aprutium, Idrisi  scrive  testualmente che “fra Campo Marino ( presso Termoli) ed Ancona , vi è  una distesa di territori deserti per l’ampiezza di dodici  giornate di cammino e in queste lande vivono individui che trovano rifugio nelle foreste, per dedicarsi alla caccia ed alla ricerca di miele in quelle zone disabitate”.

Territorio ‘deserto’ era pertanto anche la foce del Sangro ed il suo immediato entroterra, che presenta ancora,pur se a  tratti,  un aspetto “romanticamente selvaggio”, come notava nel 1874 il viaggiatore tedesco Wodemar Kaden.

Il viaggio di Idrisi si svolge, giova ricordarlo, intorno al 1145, e per l’attività apicola esercitata dai ‘raccoglitori di miele’ nell’area del medio corso del Sangro , l’episodio costituisce decisamente motivo di vanto.

Fra le ‘foreste’ menzionate da Idrisi  vanno annoverate in special modo i ‘cerreti’ ed i ‘querceti’ che ricoprivano le colline             circostanti al percorso del Sangro, soprattutto quelli che costituivano  la cosiddetta Selva di Piazzano,  ricordata  dagli antichi Statuti di Lanciano. Molti articoli dei suddetti Statuti erano finalizzati anche alla protezione di alberi frutticoli e nettariferi, che comunque crescevano in mezzo alla Selva e risultavano assai importanti per l’approvvigionamento del miele.

Infatti,sottolinea lo storico francese Ferdinand Braudel in Civiltà e Imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II ( seconda metà del ‘500), “queste foreste avevano selvaggina ed api assai” e venivano date in affitto per il pascolo degli animali, soprattutto maiali.

Va ricordato, come testimoniano autorevoli studiosi di apicoltura, fra cui R. De Marchi, che  “ le api arrivano a compiere giornalmente una distanza calcolata in linea d’aria fino a circa 5-8 km. e più”, anche se  recenti indagini, compiute  in Spagna, ci parlano  di distanze decisamente superiori.

Pertanto l’alveo del Sangro e le colline circostanti costituivano un’ottima riserva per la pastura delle api, per tacer poi del fatto che questo habitat  risultava ideale per la presenza delle querci, le quali – come aveva già osservato Esiodo nella sua citata Opera - “presentano spesso delle cavità nelle quali le api si rifugiano per ripararsi dal vento e per depositarvi il miele”.

 Questo scenario è quello descrittoci appunto dal geografo arabo Idrisi, il  quale ‘dipinge’ quasi i ‘raccoglitori di miele’ che si arrampicavano  sugli alberi di quercia per impossessarsi, non senza rischi, del prezioso alimento.

Per avere un’idea del miele presente allo stato naturale sugli alberi, va ricordato che lo storico   Antonio Balducci , Archivista  della Curia Arcivescovile di Chieti, pubblicò nel 1926 il Regesto delle pergamene della Curia Arcivescovile di Chieti, con il Debitum cerae dovuto nel 1323 da molte chiese dell’Arcidiocesi di Chieti, site Citra et Ultra flumen Sangri , ed espresso in libbre. Va  ricordato che all’epoca ‘una libbra’ equivaleva all’incirca a 350 grammi E dove è presente la cera, lì c’è anche il miele. Come a dire : dove c’è fumo, c’è arrosto. Così veniamo a conoscenza del debitum cerae di molte chiese situate nell’area geografica presa in esame.

Ora, in due Rogiti Notarili dei Regesti Marciani, e dunque nei Documenti cui essi si riferiscono, si parla di una pur iniziale attività  apiaria in Abruzzo Citeriore nel corso della prima metà del ‘500, da ritenersi come si è detto decisamente “fondamentali” per la storia dell’apicoltura nella nostra Regione e forse anche in Italia.Si tratta insomma,come è da ritenersi, di una importante scoperta,fatta quasi per caso.

Il primo è datato 7 gennaio 1531 e concerne un contratto stipulato fra lo ‘schiavone’ Paolo Lucacj e Sebastiano Rainalli, cittadino di Lanciano, in cui il primo si impegna a tenere a soccida “dieci arcellas, seu arnie“, con l’obbligo di dare ogni anno un’ arnia con api a Sebastiano Rainalli.

 Allo stato attuale delle nostre conoscenze si tratta del primo atto notarile, di estrema importanza, rinvenuto finora nel corso delle nostre ricerche e concernente, si noti bene, non la “raccolta ” del miele , ma l’apicoltura , attività esercitata con arnie, la quale iniziava così a diffondersi in Abruzzo Citra ed in special modo nel territorio del medio corso del Sangro e nell’Alto  Vastese.

Ma v’è un altro rogito ( 7 luglio 1564)  non meno importante del primo, che merita anche la nostra attenzione. In esso si legge (Regesti Marciani, N° 7/ III , p. 287) che tra un certo  Antonio Caruso, di Pollutri, e Tullio de Capriolis di Vasto, era stata fondata una società, al cospetto di G. Battista Robbia, regio notaio di Vasto Aimone, per l’acquisto  di “arcelle de ape,e quelle poi scorciare e cacciare (ricavare) miele e cera “.

In tale società –si legge nel ‘regesto’ notarile,- il nobile Tullio de Capriolis “mette il capitale di Docati 100 “, somma rilevante per l’epoca, e Antonio Caruso il lavoro e ‘due bestie’, per trasportare  altrove le arcelle  che venivano costruite probabilmente a Pollutri, a patto di “dividere in parti uguali il guadagno e le perdite”.

Con le arcelle de ape” si intendevano, come vengono chiamati dal De Marchi, i “telaini a foglio cereo”, simili forse a quelli  ‘ideati’ da Antonio Caruso a Pollutri e da diffondere soprattutto nelle Fiere di Lanciano, in modo che la conoscenza dell’apparecchio si divulgasse  ovunque e fosse venduto  anche nelle altre località comprese  fra l’Alto Vastese ed il medio corso del Sangro.           

.La diffusione dei “telaini”, pur esposti costantemente nelle Fiere di Lanciano e forse anche nei mercati settimanali più importanti dell’Abruzzo  Citra, è da supporsi  certamente lenta , dati i costi decisamente elevati per la realizzazione dell’attrezzo.

Infatti in seguito, specie nel corso del XVIII secolo, molti storici  molisani, e citiamo per tutti Francesco Longano ( Cfr. Viaggio nel Contado di Molise, 1788) lamentano  che in Molise  “manca dappertutto  l’industria  delle  api, cotanto lucrosa e cotanto necessaria  per  le Cere, le quali si tirano manifatturate da Napoli e Lanciano”, dunque dalle Fiere di Lanciano, come è da supporsi.

Dall’ atto notarile citato,  stilato  a Vasto, si evince che l’ideatore  del ‘rivoluzionario’ apparecchio da cui “cacciare (cioè ‘ricavare’) miele e cera”, come si legge nel rogito, fosse Antonio Carusi.

Ma chi aveva intuito “l’affaire” era il nobile di Vasto Tullio de Capriolis, che finanzia con 100 Ducati  il progetto  per la “produzione in serie” dei telaini. Diciamo “rivoluzionario  apparecchio” perché, giova sottolinearlo, allo stato attuale delle nostre conoscenze  non abbiamo prima del 1531  altre notizie sull’esistenza delle ‘arnie’.

Di conseguenza bisogna supporre  che l’approvvigionamento del miele avvenisse  ancora nella prima metà del ‘500 mediante la “raccolta a mano”, come ce la descrive  appunto  nella metà del XII secolo  il viaggiatore arabo Idrisi. Non a caso dunque gli ‘operatori del settore’ si chiamavano ancora “raccoglitori” e non “produttori” di miele. Inoltre, non sappiamo se le arcelle del 1564  presentassero,rispetto a quelle del 1531, delle  Varianti o per così dire dei ‘miglioramenti  tecnici’. 

Altri importanti documenti sull’apicoltura si rinvengono in Abruzzo nel corso della prima metà dell’800 e meritano qualche breve cenno. Così il direttore del ‘Regio Orto botanico’ di Napoli, Michele Tenore, sottolinea nella sua opera dal titolo Viaggio in Abruzzo Citeriore nell’estate  del 1831, che la bontà del miele nell’area della Maiella dipendeva soprattutto “dal timo e dalle altre erbe odorifere che vi crescono” e che favoriscono d’estate il “fenomeno del nomadismo”, cioè lo spostamento degli apiari da località ad altra, a seconda delle fioriture”, che avvengono di norma prima in pianura e dopo in collina ed in montagna.

Dopo l’Unità d’Italia, vi furono diversi interventi nel  Senato del giovane  regno d’Italia, a favore dello sviluppo dell’apicoltura.

Assai importante è in tal senso l’Inchiesta  parlamentare  sulle  “Condizioni dei contadini nelle Province meridionali  ( vol. II, Abruzzo e Molise”) , meglio conosciuta come Inchiesta Faina,1907- 1911, dal nome del senatore Eugenio Faina  che aveva coordinato l’Inchiesta.

In essa si sottolinea che -citiamo testualmente - “il contadino meridionale in generale non esercita l’apicoltura, malgrado che questa abbia registrato  un rapido sviluppo  soprattutto nel circondario di Teramo, dove questa attività  viene esercitata con metodi razionali”.

Si intuisce così quale fosse la premura della classe politica dell’epoca, nel cui pensiero la ‘separazione dell’apicoltura dall’agricoltura’ era da considerarsi decisamente dannosa.

In particolare il senatore  Faina definiva “salutare” l’istituzione, annessa al Sindacato Agrario di Teramo, di una Cooperativa per la vendita collettiva del miele, che già nel primo anno della sua fondazione (1902) aveva corrisposto ai soci il 20% delle azioni, eliminando tutti gli intermediari e vendendo direttamente il miele “sulla piazza di Berlino e su alcune piazze della Svizzera”. Ciò significa  pertanto che anche  nel campo dell’apicoltura è utile far tesoro alle esperienze vissute dalle generazioni precedenti.

 Non essendo noi ‘apicoltori’, non conosciamo i recenti sviluppi organizzativi nel settore dell’apicoltura, in cui certamente  non mancano corposi  problemi da risolvere. Tuttavia dalla stampa locale  apprendiamo  che la  Regione Abruzzo  ha stanziato di recente fondi  a favore dell’apicoltura, esercitata oggi maggiormente nella Prov. di L’Aquila (264 apicoltori censiti) ed in quella di Chieti  con 210 apicoltori. Seguono  poi in ordine Teramo , con 165 apicoltori censiti e Pescara (144 apicoltori). Il lieve incremento degli operatori nel settore, è indice forse che stanno emergendo interessanti figure di apicoltori  nell’ambito di aziende a carattere familiare.

Certo è che oggi l’apicoltura costituisce, specie in Abruzzo, un eccezionale “termometro” ecologico ed ai benemeriti apicoltori è affidato in particolare il compito di collaborare  con Naturalisti ed  Associazioni ecologiche per la salvaguardia del nostro ambiente, minacciato da un nefasto  inquinamento e da una cementificazione che definire ‘selvaggia’ è decisamente poco.

Poiché la devastazione dell’ambiente si verifica, per una serie di noti  fattori, piuttosto a valle che  a monte (viabilità,insediamenti industriali ecc.),il fenomeno del nomadismo, fondamentale  per l’apicoltura, viene a perdere a valle un anello fondamentale nella produzione ottimale del miele.

Va ricordato comunque a mo’ di chiusura di queste note, certamente non esaustive, che l’accorto apicoltore deve seguire attentamente anche  le previsioni meteorologiche, oggi non più basate come un tempo sul lunario di ‘Frate Indovino’, ma su quelle dei satelliti artificiali, capaci di offrirci   a largo raggio e per più giorni un quadro preciso dell’evolversi del tempo,fondamentale per l’attività degli apicoltori.

                              

                                                 Franco Cercone