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GASTRONOMIA COME STORIA
GASTRONOMIA COME STORIA

Quando il “Liber mortuorum” fa luce sulle cause delle flessioni demografiche, soprattutto in occasione di epidemie e carestie, esso riscatta la sua sterile funzione di mero registro dei defunti ed assurge a fonte storica di primaria importanza. Questo insegnamento, contenuto nel noto saggio di G. De Rosa dal titolo Rituali della morte e cronaca nei libri parrocchiali del Mezzogiorno tra XVIII e XIX secolo, ha suggestionato non pochi studiosi abruzzesi ed aperto nuovi squarci sull'orizzonte storiografico regionale. 

Così nel redigere una monografia storica su Collelongo, Walter Cianciusi ha saputo “ficcar lo viso a fondo” in un “Liber mortuorum” del XVIII secolo, conservato nell'Archivio parrocchiale di questo centro agricolo della Marsica. L'attenzione dell'Autore è stata attratta, infatti, da una sfilza di persone passate a “miglior vita” nel maggio del 1764, e puntualmente registrate dal parroco dell'epoca insieme alla causa del decesso. Il lessico usato dal prelato è una allucinante variazione sul tema della morte per fame: “fame interfectus, fame confecta, fame repente confectus” (morto all'improvviso di fame) e via dicendo. Commenta, al riguardo, il Cianciusi: “Morti di fame! Sembra impossibile. E tutti alla costa di maggio!” Le frequenti carestie - e quella di maggio del   1764 fu particolarmente terribile - mettevano in luce, in modo drammatico, una situazione alimentare precaria che emergeva in un periodo dell'anno rimasto tristemente proverbiale nella memoria dei nostri contadini: "la costa di maggio". Nessun giovamento trasse il mondo rurale dalla diversificazione delle colture a seguito di innovazioni che apportarono mutamenti anche nel paesaggio agrario.

Risale proprio al periodo successivo al 1764, scrive il Palma nella sua Storia ecclesiastica e civile di Teramo, l'uso dei nostri contadini di seminar il grano turco, mentre alla metà circa dello stesso secolo XVIII risale la diffusione in Abruzzo della coltivazione della patata, a spese soprattutto di vaste estensioni di cerreti che, radicalmente disboscati, sopravvivono oggi nella toponomastica, privi ormai di alcun significato.  Ma chi erano i nostri contadini nel XVIII secolo, quello appunto che in tale sede interessa? La risposta ce la offre il Longano nel suo Viaggio per lo Contado del Molise (1788): “Generalmente i contadini sono fittuarj, e fittuarj annuali, ed è in arbitrio de' proprietari di espellerli da' loro territorio. ... A molti manca la terra, o la sementa, o gli istromenti, o la salute, o lo stesso vitto”.

A questi diseredati, o eredi immortalati nell'omonimo quadro del Patini, si prospettava ciclicamente lo spettro della fame nel primo periodo del mese di maggio, caratterizzato dall'imminente esaurimento delle scorte dell'annata agricola precedente o dall'assenza sui campi dei prodotti del nuovo ciclo coltivatorio. Ecco, dunque, il senso drammatico insito nell'espressione costa di maggio. Pochi legumi restavano alla fine di aprile nei sacchi: ceci, fagioli, lenticchie, cicerchie e soprattutto le fave. Per essere la prima ad apparire nel nuovo ciclo coltivatorio, l'umile fava riscattava così la negatività presente nel pensiero pitagorico come "legume inferico", e poi in quello romano, perché legata al culto dei morti, assumendo già nel basso medioevo una sacralità che emergeva nell'agiografia popolare.

In molti racconti (si vedano, per esempio, le "sacre leggende" raccolte da De Nino), le fave sono sempre benedette da Dio, dalla Madonna e da alcuni Santi, ai quali si attribuisce la fioritura miracolosa e perciò fuori stagione del prezioso legume, capace di lenire il morso della fame che attanaglia l'umile gente. La preparazione di ‘minestre a base di legumi’, detti appunto ‘virtù’, imponeva ai ceti indigenti un uso promiscuo di questi ultimi, allorché verso la fine di aprile poche manciate restavano di ciascuna varietà ed il loro consumo, in fase ormai di completo esaurimento delle scorte, si arricchiva di una ritualità propiziatoria per l'imminente raccolto. Vanno relegate, pertanto, al mondo delle amene curiosità, le notizie sulle origini delle "virtù" teramane, che di tanto in tanto riaffiorano nei quotidiani o in periodici in occasione della ricorrenza del 1 ° maggio. Va sottolineato, innanzitutto, che tuttora le "virtù", nell'accezione consapevole in precedenza ricordata, costituiscono il piatto devozionale del 1° maggio in tutti i paesi della Valle dell'Aventino, e che assumono in area frentana e nei centri degli Altopiani Maggiori (soprattutto a Pescocostanzo) la designazione di “totemaje”.

Il Finamore, inoltre, nel chiarire che con "virtù" si intendono generalmente cereali e legumi bolliti, ci dice che a Torricella Peligna esse vengono designate con il nome di "granati" ed offerte ai poveri il 1° maggio. Non clima di festa dunque ma una preghiera sommessa come quella recitata dai due personaggi dell'"Angelus" di Milet, preghiera pregna di angoscia per l'incertezza del futuro e del raccolto, accompagnava il frugale consumo delle "virtù". E la circostanza che fossero donate il 1° maggio ai poveri, ci dice che esse costituivano in tale periodo, per i ceti rurali, un dono quasi elargito dal cielo. Gli umili legumi o "virtù", riscattano cosi la loro apparente insignificanza, legata alla quotidianità, per scrivere una pagina di quell'affascinante poema epico che è, appunto, la storia delle Genti d'Abruzzo.        

Franco Cercone