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LA DONNA NEL RITO
LA DONNA NEL RITO

Abruzzo, 1 agosto 2020 -

Venerata come sacerdos Cereris oppure temuta per i suoi misteriosi e straordinari poteri, la donna peligna - ma anche quella appartenente alle etnie limitrofe – fa il suo ingresso nel proscenio della storia con tale insanabile dicotomia, che le sarà compagna nel corso dei secoli fino ai nostri giorni. Con questa sua duplice natura essa appare già nelle prime fonti epigrafiche e storico-letterarie, in cui è attestata depositarla di segreti salvìfici e di rituali preposti ai culti della fertilità, oppure come operatrice di arti malefiche. Così Calpurnio ricorda le maghe peligne detentrici di terribili incantesimi {peligna examina) ed Ovidio ci parla, non senza un tono di scetticismo, dei filtri d'amore e delle malìe di cui sono capaci le maghe peligne nello svolgimento di particolari e segrete cerimonie, preposte a far insorgere o essiccare il desiderio d'amore.

Le fonti epigrafiche ci hanno tramandato anche l'esistenza di collegi sacerdotali femminili dediti al culto di Cerere e della fertilità dei campi. Una stele votiva, rinvenuta e conservata ancora dentro la Chiesa della Madonna della Neve a Bugnara, ci ricorda una Elvia quarta sacerdos Cereris ed i riti cereali che in onore dell'antica dea furono ereditati in seguito dalla veneratissima Vergine.

 

Tuttavia il passaggio, con la diffusione del Cristianesimo, degli attributi della mater della fecondità alla Madonna, mater di tutte le madri, non è stato nell'area geografica oggetto della presente indagine sempre automatico e quelle che erano prerogative cultuali di divinità femminili sono confluite in epoca medievale nella figura di possenti santi taumaturghi, ai quali è stata affidata la risoluzione di corposi problemi legati al negativo esistenziale.

 

È il caso questo, per limitarci ad un solo esempio, di Angitia, che compare prima con funzioni meramente sacerdotali (Anaceta) ed associata al culto di Cerere e, dopo, come divinità primigenia preposta ai culti ctonii.

 

Pur con funzioni del tutto diverse, l'attributo del «serpente» si trasferirà nei secoli successivi dalla «dea anguicrinita» a San Domenico di Cocullo, che per la complessità dei suoi patronati non finisce ancora di stupire.

 

Lo dimostra una recente «scoperta» resa nota dai Redattori del benemerito «Gazzettino della Valle del Sagittario». Si tratta di un libretto, finora sconosciuto, del poeta scannese Romualdo Parente, il quale ci informa che alla Grotta di San Domenico, presso Villalago, accorrevano le donne – e non solo della Valle - per bere l'acqua trasudante dalla viva roccia e ritenuta benefica apportatrice di latte al seno materno. San Domenico eredita così poteri appartenuti prima a divinità femminili e trasmessi dopo a generiche «Madonne del latte» oppure a determinate sante, come sant'Agata, alla cui fonte a Castelvecchio Subequo avvengono tuttora complessi riti galattogeni ed apotropaici.

 

 

V'era poi il rito della richiesta diretta alla Vergine e su di esso Gabriele D'Annunzio apre uno squarcio illuminante allorché, nel Trionfo della Morte, descrive il pellegrinaggio di tutte le madri d'Abruzzo le quali al santuario della Madonna di Casalbordino, «si scoprivano le mammelle inaridite e le mostravano alla Vergine per implorare la grazìa del latte».


nel rito, come soggetto passivo, perché la mancanza del latte rappresenta un dramma che coinvolge brutalmente l'esistenza della prole.

 

Ma v'è l'atteggiamento cosiddetto «attivo» che in tale sede maggiormente interessa e che vede la donna protagonista e detentrice di poteri benefico-salvifici, a San Valentino e Castelvecchio Subequo, in una particolare forma di «idromanzia». In questi paesi è tuttora viva infatti l'ideologia del «malocchio» e non sono poche le donne anziane che si ritengono capaci di accertare, mediante il rito delle gocce d'olio versate in un piatto colmo d'acqua, se un occhio invidioso abbia agito in modo malefico sulla psiche di un «paziente», maschio o femmina che sia, che si sottopone all'arcano rituale in silenzio ed in trepidante attesa.

Se poi si dovesse prestar fede a quanto scrive il Tanturri nella monografia su Scanno, pubblicata nel «Regno delle Due Sicilie descritto ed illustrato» (1853), le donne di Villalago erano considerate addirittura «espertissime» nell'arte delle «fatture», da ascriversi secondo la nota classificazione del Frazer alla magia «bianca» o a quella «nera».

 

Sarebbe un errore considerare estirpati tali «sortilegi», così definiti dal vescovo di Valva e Sulmona, Bonaventura Martinelli, in un celebre Sinodo svoltosi nel 1715 nella Cattedrale di San Panfilo, dato che vi sono ancora a Pettorano, Scanno e Villalago donne che si ritengono detentrici di poteri curativi e salvifici oppure stregonici. A Pettorano, per esempio, è comune la credenza dell'esistenza della «strega», che come operatrice di malefizi, è individuata nella donna che esce per ultima a Natale dalla messa di mezzanotte e che viene resa impotente conficcando dei chiodi nei muri esterni della chiesa.

 

Ma vi sono anche, a conferma della duplice natura delle donne, alcune «maghe» depositane di rimedi curativi e medicamentosi ritenuti più efficaci rispetto alle prescrizioni della medicina ufficiale. I calcoli, per esempio, soprattutto quelli renali, si eliminano a Pettorano mediante decotti di erba muraria o jerva santa, che sgretola con le sue radici i muri e pertanto in base ad un principio di magia simpatica è capace di eliminare anche calcolosi formatesi nell'organismo.

 

Tuttavia i rituali più suggestivi cui si possa ancora oggi assistere sono quelli che vedono come protagoniste le donne di Villalago e Scanno al Santuario dell'Incoronata a Sulmona, nell'ultima domenica di aprile. In tale ricorrenza l'olio della lampada posta accanto all'altare esercita tutto il suo potere curativo se viene strofinato sugli arti del corpo affetti da artrosi o artriti deformanti.


E quali testimonianze di guarigioni prodigiose fanno bella mostra di sé gli ex voto pittorici sistemati sulle pareti del tempio ed offerti da donne dei due paesi colte quasi nell'attimo del voto fatto o della grazia ricevuta.

 

Se tali pratiche, religiose ma pur sempre «sospette» perché imbevute del principio magico del contatto, sono tollerate dalle autorità chiesastiche, non altrettanto si può dire di un rituale tuttora noto - e non solo a Pacentro - con l'espressione «fare il palmo», annoverato fra i «sortilegi» e definito nel «Bollettino Diocesano di Valva e Sulmona» (1973) incrostazione superstiziosa. Di tale pratica, non priva di fascino arcano, è depositaria esclusiva la donna.

 

Essa fu anche osservata e descritta dal De Nino nel primo volume dei suoi Usi e costumi abruzzesi all'incirca nel modo seguente: l'operatrice estende il palmo della mano destra sul braccio sinistro tre volte, facendo combaciare alla prima estensione il mignolo della mano destra con l'anulare della mano sinistra. Ogni estensione è accompagnata dal nome di un santo (spesso san Pietro Celestino) e da un «responsorio» segreto. Si ripete in senso contrario l'estensione del palmo che dà risposta positiva quando il mignolo oltrepassa pur di poco l'anulare e negativo quando le due dita vengono a sovrapporsi in modo uguale.

 

Che senso dare ai rituali di cui abbiamo  fatto cenno e scelti fra un vasto campionario comportamentale mai caduto in disuso?

 

E soprattutto: a quali riflessioni ci inducono nel tentativo di focalizzare sotto il profilo socio-religioso le funzioni svolte dalla donna nelle rispettive comunità di appartenenza?

 

Va innanzitutto precisato che in tutti i paesi menzionati e formati fino a tempi non lontani da ceti agro-pastorali sottoposti a flussi migratori stagionali, la posizione della donna è stata solo apparentemente subalterna.

 

Basti pensare al ruolo preminente che essa svolge a Castelvecchio Subequo e a San Valentino in Abruzzo Citeriore nell'istituzione del rapporto di comparatico, rapporto che oltrepassa di norma quello instaurato fra uomini nello spazio temporale e che va «dalla culla alla bara». Ma non è questo, certamente, un caso isolato. La festa di San Martino, gestita a San Valentino da adulti, costituisce infatti un ulteriore esempio al riguardo e mediante la costituzione del comitato, che dovrà gestire la nota processione, l'elemento maschile locale tende a rafforzare la sua autorità compromessa e minacciata dall'ascesa sociale della donna. I mutamenti strutturali della società abruzzese sono stati certamente notevoli, ma l'ideologia religiosa della donna non ha subito, a ben riflettere, variazioni sensibili e l'abito talare di Scanno ben si adatta all'ethos delle donne viventi ancora nei paesi che abbiamo citato.

 

V’è solo un pericolo, tuttavia, già segnalato del resto nel 1908 da Anne Macdonell e che vale tuttora come monito: «finora le donne - nota acutamente la scrittrice inglese - partono molto raramente, ma quando cominceranno ad andarsene in gran numero, per l'Abruzzo sarà la fine, perché esse sono la linfa vitale di questa Regione».