Archivio de "L'opinione di Giustino" >> Come si muore di lavoro in Giappone

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Come si muore di lavoro in Giappone

Sere fa ho visto in televisione uno di quei programmi che fanno
accapponare la pelle. Nessun film horror, nessun documentario
particolarmente cruento. In un servizio si è parlato di Tokio, “città
che non dorme mai”, della sua frenetica vita, delle sue metropolitane
strapiene di persone che vengono spinte dagli inservienti all'interno
dei vagoni dove rimangono pressati come le sardine. Ma non è questo il
punto.
 
Il punto è che nel Paese del Sol Levante, tutto inchini e sorrisi di
circostanza, ogni anno, mediamente, muoiono oltre duemila lavoratori e
lavoratrici a causa del “KAROSHI”, termine che sta per eccesso di
lavoro, stress, ansia da prestazione che provoca infarti e anche,
purtroppo, tantissimi suicidi di giovani e ragazze alle loro prime
esperienze lavorative.
 
Il servizio trasmesso, intervistando i familiari dei deceduti, ha
fatto emergere la brutalità di questo tipo di capitalismo nipponico:
giovani che fanno anche 50 ore di lavoro straordinario a settimana,
naturalmente NON RETRIBUITO perché così accettando si manifesta, da
parte del lavoratore, la fedeltà all'azienda e ai suoi azionisti.
 
Non so voi che leggete ma io nutro una profonda avversione per questo
tipo di società.
 
Naturalmente, sono portato a credere, pur non avendo le prove, che gli
azionisti dei grossi marchi che hanno invaso il pianeta specie in
alcuni settori (automobili, elettronica ecc.) non hanno questo tipo di
problema.
 
“KAROSHI” è un termine molto lontano dai loro livelli di vita.
 
Spesso, qualcuno amante delle magnifiche sorti e progressive del
capitalismo, ci invita “a fare come in Giappone”.
 
No, grazie. Noi ci vogliamo battere per ridurre l'orario di lavoro
anche per consentire a chi il lavoro non ce l'ha, di poterlo trovare
e, con il lavoro pagato contrattualmente, contribuire con dignità allo
sviluppo della nostra società.
 
 
Giustino Zulli