Persone comuni che fanno cose fuori dal comune >> Due ragazzi novantenni a Flossenbürg

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Due ragazzi novantenni a Flossenbürg
Due ragazzi novantenni a Flossenbürg

Nel 1944, Venanzio Gibillini da Milano e Sergio Peletta da Casale Monferrato hanno vent'anni e tutta la vita davanti. Non si conoscono ancora, ma in comune hanno un ideale: non farsi scippare la giovinezza dal fascismo. Renitenti alla leva, si uniscono ai partigiani delle rispettive zone d'origine e dopo qualche mese vengono catturati, incarcerati e successivamente deportati in Baviera, nel lager di Flossenbürg. È qui che i loro destini si incrociano, ed è qui che li incontri settant'anni dopo, in concomitanza con le celebrazioni in memoria “dei sommersi e dei salvati”: di chi, come loro, dopo inenarrabili tormenti e incredibili avventure è sopravvissuto, e di chi come tuo zio è stato a soli ventidue anni inghiottito in un buco nero della Storia, sepolto in un indistinto, anonimo cumulo di ossa e ceneri.

Nell'enorme padiglione allestito di fronte all'ingresso dell'ex lager, file su file di lunghi tavoli imbanditi replicano inconsapevolmente l'ordine parallelo delle baracche di legno in cui venivano stipati i deportati. Persone provenienti da 18 nazioni diverse li affollano, ma quello marcato Italien conta sì e no una ventina di posti a sedere: non è una “destinazione finale” molto conosciuta da voi, Flossenbürg. Dai voluminosi e accurati registri del campo, scopri che qui sono morti “soltanto” 3143 connazionali (tra cui il fratello di Sandro Pertini), cifra inferiore a quelle di lager più tristemente famosi. Sospinta da un vuoto che da settant'anni tormenta la tua famiglia e da un buio di notizie illuminato solo di recente da una ricerca su internet, ti ritrovi così in un bollente pomeriggio di luglio accompagnata da una gentilissima addetta alla segreteria, impaziente di presentarti due connazionali sopravvissuti allo sterminio. Li intravedi circondati da una premurosa ala di familiari e conoscenti, al collo i fazzoletti a righe degli ex deportati recanti inquietanti numeri di matricola. Facce luminose e aperte, cordiali accenti del nord Italia ricambiano i tuoi saluti. Ti siedi accanto a loro e tiri subito fuori la foto di tuo zio Dionino Cornacchia, nella tenue speranza che lo abbiano incontrato lì tra l'estate del 1944 e la primavera del 1945, periodo in cui la capienza del KZ-Gedenkstätte era lievitata oltre ogni limite (circa 112.000 persone in totale vi risultano immatricolate). Venanzio e Sergio fissano a turno il suo volto per qualche minuto; poi scuotono la testa con la muta solidarietà di chi, alla stessa età, ha vissuto le stesse esperienze.

Ascoltarli rievocare immonde zuppe acquose e pezzi di pane ammuffito mentre solerti cameriere vi servono sostanziose porzioni di gulasch e gigantesche insalate di patate, è un primo passo nel regno dell'assurdo. Maneggiando forchetta e coltello su una cotoletta formato extralarge, Venanzio racconta che nel campo le misere stoviglie non bastavano mai per tutti i prigionieri, e come si fosse perciò fabbricato di nascosto a rischio della vita un cucchiaio in alluminio, inciso da un lato con il nome della sua città, Milano, dall'altro con la parola Mamma... un bel simbolo dell'irriducibile spinta vitale che li ha portati a resistere alle privazioni, ai soprusi, alle torture quotidiane di fame, freddo e fatica. “Alla fine della guerra, pesavo 31 chili”, ricorda Sergio. “Il medico che mi visitava scuoteva la testa, come a dire: questo qua, non ce la fa!”. “E invece... il prossimo anno festeggeremo qui i nostri novant'anni!”, sorride Venanzio. Il loro doppio anniversario coinciderà con il settantesimo della liberazione del campo da parte dell'esercito del generale Patton. Novant'anni ciascuno, come crederci? Venanzio e Sergio conservano un fisico asciutto e un portamento dritto, ma sono soprattutto i loro sguardi a colpirti. Non ci sono ombre in quegli occhi, non c'è risentimento: solo la quieta, inesorabile risoluzione a non dimenticare e a condividere con le giovani generazioni quelle terribili esperienze. “Dovunque ci chiamano andiamo, sempre!”: scuole, associazioni, istituti di cultura in Italia e all'estero se li contendono per le celebrazioni nel giorno della memoria, così sono sempre in movimento. Sarà anche questo a mantenerli così in forma; sotto il tendone si sfiorano i 40 gradi, chi l'avrebbe mai detto che fosse così calda la Baviera!, e mentre con gli altri familiari vi sventolate sbuffando in un bagno di sudore, loro due, serafici nelle loro camicie, si guardano attorno pronti ad alzarsi per andare ad abbracciare altri coetanei altrettanto arzilli.

Li vedi così oggi e cerchi di immaginarteli ieri, ridotti a numeri, a “pezzi” (i prigionieri venivano appunto chiamati “Stücke”) alla mercé delle terribili SS (“Non uomini, ma belve”, li definisce Sergio), in piedi dalle 4.30 del mattino per la penosa conta dei vivi e dei morti sull'immensa Appelplatz, rasati e spogliati, schiaffeggiati da docce gelate e bollenti, bastonati dai Gummi, costretti ai lavori forzati nella cava di granito che si apre maestosa poco lontano da lì, sfiniti da interminabili marce della morte, ossessionati dagli spettri del forno crematorio e dei cadaveri impilati su una rampa ferroviaria costruita apposta per velocizzarne lo smaltimento: impossibile. “La Morte camminava in mezzo a noi!” esclama Sergio, “Ma noi, un po' per destino, un po' per DNA, un po' per astuzia, ce l'abbiamo fatta”. Un incredibile incastro di coincidenze fortunose, fughe e peripezie porta finalmente i due fuori dal lager e dalla guerra, stremati e increduli a celebrare la vita ritrovata. Tornati in patria, “il” Gibillini e “il” Peletta cercano con tutte le forze di lasciarsi alle spalle l'orrore: trovano lavoro, si formano una famiglia, vivono appieno il boom economico. Ed è soltanto negli anni sessanta, quando la Germania sembra davvero pronta a fare i conti con il proprio passato nazista e la ricerca storica su quel periodo si approfondisce, che decidono di tornare in quei luoghi da uomini liberi. “Per molti anni, se mi capitava di incrociare qualcuno che parlava in tedesco, cambiavo strada”, ricorda Venanzio. “Quando poi provavi a raccontare quello che avevi vissuto lì dentro, la maggior parte delle persone non ti credeva, anzi: se tutto era così terribile, come mai tu invece sei sopravvissuto?, ti chiedevano”, aggiunge Sergio. Ma lo stesso rimorso che alla fine ha ucciso Primo Levi ha lasciato ben vivi Gibillini Venanzio e Peletta Sergio, pronti a regalarti le loro preziose testimonianze, a non rendere inutile il sacrificio di tuo zio e dei 40.000 morti di Flossenbürg che non hanno mai avuto voce.

Franca Di Muzio